RICORDANDO ALEXANDER
LANGER
“Non abbiate fretta. Non credete che
solo correndo si possa arrivare.
In questo tempo che ci spinge al rumore, alla velocità, alla
conquista, io vi invito a sostare.
A coltivare il dubbio, a praticare l’ascolto, a custodire il
fragile.
[…] Non cercate la forza che impone, ma quella che
sostiene.
La dolcezza non è resa, ma resistenza. La lentezza non è pigrizia,
ma profondità. E la profondità, oggi più che mai, è rivoluzionaria.
Cercate l’indefinito, là dove le cose non sono subito chiare, nette,
pronte a essere consumate.
È lì che abita la possibilità di un mondo condiviso, dove nessuno ha
l’ultima parola e tutti possono dire qualcosa.
Vi chiedo questo: abbiate il coraggio dell’autolimitazione, della
sobrietà, della gratuità.
Non come sacrificio, ma come atto di liberazione. Come un
fiore che sboccia senza chiedere nulla in cambio.
E scegliete, sempre, la pace. Non come assenza di guerra ma
come tessitura quotidiana di legami.
Non come tregua, ma come scelta di vita. La non violenza non è
debolezza, è la più alta forma di forza.
È dire no senza distruggere. È resistere senza odiare. È costruire
ponti dove altri alzano muri.
Rifiutate il riarmo, le spese folli in armi, le retoriche del
nemico. Non lasciate che la paura vi spinga ad armare il futuro.
Nessuna vera sicurezza nasce dall’intimidazione. Nessun domani si
costruisce con le bombe.
E se vi chiedono da che parte state, non abbiate paura di dire:
dalla parte della vita che cresce lenta, fragile, profonda.
Dalla parte dell’umano. Dalla parte della pace.
Non abbiate paura della lentezza, né della solitudine che a volte
accompagna chi cerca sentieri nuovi. Non tutto si concluderà oggi, né domani. Ma ogni gesto, ogni
parola non violenta, ogni scelta sobria e giusta, è un seme.
E i semi, anche se non li vediamo subito a germogliare, fanno il
loro lavoro.
Abbiate cura. Degli altri, della terra, del tempo. Abbiate cura di
ciò che cresce piano.
E camminate. Non da soli, ma insieme. Più lentamente, più
profondamente, più dolcemente.”
ALEXANDER LANGER. Il viaggiatore leggero. Scritti (1961-1995)
Scandaloso fare la guerra per raggiungere la Pace. (Papa Leone)
Il coraggio di attraversare il Caos. Chi vuol trovare il “senso”, non può
temere il “non senso”.
Il titolo di uno scritto dovrebbe avere il compito di invogliare o incuriosire il Lettore. Il titolo scelto da Renato
Ventura per guidarci nel suo viaggio “Sull’orlo dell’abisso… Appunti per un manuale critico di psichiatria ad uso dei familiari”, può incutere timore e farci temere di incontrare cose
spaventose. In realtà non vi troveremo cose spaventose, ma il senso di attrazione, di smarrimento, di fascino e paura che sempre produce ogni processo di
avvicinamento all’ignoto. Egli ci conduce nel viaggio con cui homo ha cercato il senso di sé stesso, come parte integrante del mondo.
Questa è del resto la condizione esistenziale di homo: attraversare il Caos di cui è parte cercando di
scoprirne le leggi, posto che ve ne siano, che diano un significato a ciò che vede o gli sembra di percepire e sperimentare. Siccome trovo stucchevole l’attuale vezzo di negare le differenze, non
solo tra chi ha ricevuto una psico-diagnosi di qualche tipo e chi l’ha fatta franca, ma anche quello pseudo paritario e confusivo con cui si affidano a * le questioni di genere, in questo testo userò
sempre la parola “homo” per indicare qualunque membro del genere umano.
A Renato Ventura non manca il coraggio di rinunciare ad un ordine posticcio quando, dopo
aver citato alcuni pilastri della psichiatria ufficiale che si sono cimentati nella definizione di malattia mentale grave, di schizofrenia e di psicosi afferma: “In realtà è un mero costrutto psicopatologico senza corrispondenza con un’alterazione organica del cervello.”
Il tema della definizione, comprensione, controllo di quei comportamenti che homo ha deciso di includere nel
termine follia, affligge l’umanità da sempre. Da quando abbiamo conquistato la stazione eretta e liberato le mani abbiamo radicalmente cambiato lo sguardo sul mondo: si è incredibilmente allargato il
nostro campo di osservazione e con esso le domande e la ricerca di conoscenza e significato.
Ventura inizia richiamando, nell’illustrazione di copertina della Nave dei folli (Das Narrenschiff), e
i magnifici dipinti di Bosch per dare corpo all’abisso che la mente umana può generare. Essi ci rimandano proprio a un’esperienza di caos, ma anche di libertà estrema: monache con le natiche esposte,
esseri riccamente abbigliati con arti caprini o lingue rettiliane che insidiano un poveraccio, con la testa suina, semivestito da una semplice camiciola, demoni famelici: insomma un mondo non
dissimile dal nostro, che per la prima volta viene rappresentato realisticamente sfidando gerarchie sociali e religiose, mettendo sullo stesso piano ricchi e poveri, sacro e profano, regola e
devianza; ma soprattutto dando forme alle angosce esistenziali. Il tempo di Bosch è il tempo dei confini infranti grazie alla conquista di mondi fin lì ignoti. È il vero momento
storico in cui nasce il pensiero scientifico: nulla è escluso dall’indagine della natura, nemmeno homo: né il suo corpo né la sua mente-anima. Infatti Bosch dipinge nel 1494 quel magnifico
concentrato di teoria della mente che è “Estrazione della pietra della follia”. In pochi centimetri quadrati sono contenuti credenze religiose, sfottò verso i parolai e l’illusione che sia
possibile grazie ad un cerusico estirpare e liberarsi dalla follia. Dettaglio interessante: il poveraccio a cui stanno smanettando nel cranio non è legato o agitato, è consenziente. Esattamente ciò
che la società si augura: che il matto accetti la sua lobotomizzazione (fisica, psichica, comportamentale) per poter tornare ad essere accolto nel consesso umano.
Non ho dubbi che, data l’epoca, questo dipinto fosse anche autobiografico.
Così come non penso sia una coincidenza che Sebastian Brandt, nello stesso anno,
pubblichi grazie alla recente invenzione di Gutenberg il suo provocatorio “Das Narrenschiff” (Nave dei folli) che poi Bosch utilizzerà per trasferirlo su un piano
metaforico, nel suo dipinto riportato in copertina. Subito diventato un best seller e messo all’indice, perché egli non ne faceva una predica religiosa e morale ma un monito laico contro la
devianza. Siamo in piena epoca di Inquisizione e sul rogo ci finiva prevalentemente chi osava pensare diversamente e mettere in discussione il pensiero dominante, quello che definiva allora come
oggi, i modi di concepire il mondo e l’ordine sociale. Giordano Bruno e Galileo sono solo due delle illustri menti fatte fuori, anche se Galileo salvò il corpo. All’epoca furono mandati letteralmente
in fumo fior fiore di menti libere, attratte dal desiderio di scandagliare l’ignoto e per questo accusati di provocare caos.
Torno allora al titolo: “Sull’orlo dell’abisso”. Per me, amante della fisica e della matematica da cui mi ha
distratto la scoperta di Freud ai tempi del liceo, si tratta di un invito a nozze. Vuol dire affacciarsi sul bordo dell’orizzonte apparente degli eventi, al margine di buchi neri di cui ignoriamo
quasi tutto, tranne che esercitano forze potentissime nell’universo. È come nuotare lungo il bordo di una scogliera che vedi scendere senza fine e ti piglia il mal d’aria anche se sei circondato
dall’acqua.
Questo il viaggio immersivo che Renato ci offre. Con onestà intellettuale, con dubbi e confronti. Citando punti di
vista diversi e a volte contrapposti tra loro e, cosa che apprezzo molto, dichiarando il proprio punto di vista di psichiatra, psicoanalista, familiare di una persona che ha ricevuto diagnosi
psichiatrica, dunque egli stesso utente. Il punto di vista (le premesse in un discorso scientifico) dovrebbe essere sempre onestamente esplicito per consentire un reale confronto su
teorie, sul loro valore esplicativo, su procedure, esiti, verifica dei costi e benefici raggiunti.
La Narrenschiff di Brandt, come i dipinti di Bosch rappresentano l’inizio di quel processo che si interroga
ancora oggi sul rapporto tra follia e normalità, dunque sulla necessità di definire anche la normalità. Anche questo è tema antico. Erasmus da Rotterdam, nel 1509,
scrive il suo “Elogio della follia”. Non sappiamo se, essendo un prelato rigoroso ma curioso, avesse letto di nascosto la Narrenschiff. Leggendolo è impossibile non cogliere
l’assonanza con il problema di fondo: come definire la “normalità”, chi è il vero deviante. Perché ci disturba tanto colui che mette in discussione l’ordine sociale e sceglie
percorsi fuori dalla norma attesa?
Nella sua ricerca Ventura mostra tutta la sua formazione psicoanalitica classica, ma guida anche attraverso concetti
espressi da Foucault e da Basaglia. Impossibile non cogliere il filo rosso che lega i testi di archeo-psicopatologia e il contenuto de “La maggioranza deviante”. Quel sottile ma profondo
libretto, curato da Basaglia e Ongaro, altrettanto provocatorio all’epoca (1971), frutto del confronto tra colleghi pensanti. Attenti ad interrogarsi e confrontarsi su posizioni anche diverse per
esplorare possibilità di dare un senso alle situazioni di dolore esistenziale e cercare un modo umano di affrontarlo.
Quelli di Basaglia sono gli anni in cui finalmente si cerca di uscire dall’illusione di definire, misurare, catalogare
oggettivamente il comportamento e decidere quale estirpare, per accedere alla dimensione esistenziale del dolore soggettivo e collettivo. Prospettiva molto meno asettica e più coinvolgente rispetto
ad una catalogazione medica anatomico-funzionale. Essa richiede appunto di affacciarsi all’orizzonte di eventi apparenti e di affrontare il caos generato dal dolore. Una prospettiva che “sporca” e
obbliga a sporcarsi chi decide di occuparsene seriamente. Ventura è una persona che non teme di sporcarsi.
Bastano le prime dieci righe della nota introduttiva, per capire tutta la sofferenza e la complessità delle situazioni
con cui Ventura si è confrontato, come medico e come uomo. Come è accaduto a lui stesso, egli offre al lettore il passaggio cruciale che non vede più la malattia mentale, come qualità del singolo,
come frutto di un “sasso nella testa”. Ma esito di ciò che lega colui che è sofferente alle dinamiche familiari e istituzionali e come questo intreccio generi un circolo spesso vizioso che impedisce
di distinguere in modo lineare cause ed effetti. Ciò obbliga a ripensare e superare il concetto di colpa e di senso di colpa, così devastante e di nessuna utilità per accedere al processo di
riparazione reciproca. A questo tema Renato Ventura dedica un’attenta disamina.
L’intento, certamente utile e apprezzabile, di offrire agli utenti di servizi psy, una sorta di mappa per orientarsi tra i diversi approcci, teorie,
annunci promettenti ma non ancora dimostrati di risolutive misure di manipolazione genetica e conseguenti offerte operative è
solo parzialmente riuscito. Del resto scrivere un manuale sul cosmo, altrettanto caotico e parcellizzato, che attualmente caratterizza l’ambito psicopatologico sarebbe impresa prometeica per
chiunque. Certo è che agli Esperti Per Esperienza (ESP) servirebbe davvero un manale di sopravvivenza. Dunque il tentativo va apprezzato. Ben documentato per la parte dinamica ed anche per gli
aspetti relativi alle ricerche neurologiche e farmacologiche, risulta un po’ compilativa nel descrivere altri approcci psicologici, rendendo non sempre chiaro comprenderne le differenze di sostanza.
Ritengo che proprio l’attuale mancanza di dibattito esplicito e serio tra “esperti” di diversa formazione sia alla base del disorientamento degli utenti, che Ventura stesso lamenta.
Per scegliere è necessario disporre di informazioni (cioè differenze) chiare, che forse non sono chiare agli operatori
stessi?
Avendo io una formazione sistemica mi corre l’obbligo di segnalare questa mancanza di
chiarezza nella presentazione dell’approccio sistemico, almeno nei principi fondamentali batesoniani.
Così Ventura:” Per la teoria sistemica (G. Bateson) la patologia
del singolo è l’espressione di un disagio dell’intero sistema familiare in un determinato momento del ciclo di vita: il soggetto portatore del disturbo è il “paziente designato”, il membro del
sistema famigliare che esprime, segnala e si fa carico del cattivo funzionamento del sistema accentrando su di sé tutte le preoccupazioni. In altri termini si può parlare di capro espiatorio delle
patologiche e distorte dinamiche familiari.”
Il concetto di “capro espiatorio”, utilizzato simbolicamente anche nell’approccio
dinamico e antropologico, è uno dei primi concetti contestati dalla sistemica di impronta batesoniana. Colui che è definito “paziente” è considerato attivo e competente nel comunicare e gestire
relazioni, benché in un contesto ambiguo. Caratterizzato perciò da doppi legami che rendono i messaggi indecidibili. Quindi egli è visto in una posizione attiva e non passiva, come una vittima
sacrificale. Da qui il termine di “paziente designato” inteso come colui che parla a nome di coloro che nel sistema familiare non comunicano in modo leale, trasparente, anzi ambiguo. Così si
creano, nella comunicazione, doppi legami e paradossi davvero letali. Il termine di paziente designato, abbandonato da molti sistemici (per paura o fatica di procedere nello studio del buco nero che
si è aperto?) è utilmente sostituito con quello, più articolato, di “qualità emergente” del sistema. Costrutto mutuato dalle teorie della complessità e che permette di comprendere i
comportamenti “patologici” come frutto sensato, plausibile, dei processi comunicativi in atto. La prima conseguenza di questo salto nella complessità processuale è la consapevolezza che “il
matto” è sempre interloquibile e coinvolgibile in colloqui individuali e familiari. Mentre ancora oggi nei servizi è in vigore la prassi di parlare senza coinvolgere l’interessato, parlando “su e di”
lui, in modo paternalistico e pseudo protettivo. Per chi eserciti correttamente il metodo sistemico è impensabile il concetto di persona “rotta”, anzi il “matto” è colui che guida a riconoscere
processi e comunicazioni ambigue spesso sottostanti a relazioni di potere intra ed extra familiari, agite implicitamente. Infine aspetto cruciale dello sviluppo connessionista della sistemica è il
superamento della polemica tra aspetti organici e psicologici della psicopatologia. Se la premessa è che il problema non sta nel soggetto ma nei processi comunicazionali, tutti gli
homo: bambini, disabili gravi, soggetti con problemi funzionali e sensoriali, possono assumere in modo competente il ruolo di qualità emergente. Certo l’operatore dovrà essere
attento e competente a sua volta nel conoscere i modi comunicazionali di questi soggetti. Invece è ancora più che mai in auge tra operatori, pubblici e privati, l’uso della valutazione tradizionale
del QI per decidere se il soggetto sia meritevole di attenzione psicoterapeutica o solo idoneo all’addestramento a fini contenitivi.
Per tornare al rapporto di Renato Ventura con la sistemica, oltre ad essersi documentato, testimonia di aver
lavorato a Milano e vissuto sulla propria pelle la ricerca di aiuti. Ciò proprio nel tempo e nel luogo dove la sistemica italiana è nata e da lì essere conosciuta a livello internazionale come il
Milan Approach. Ciò mette in evidenza quanto la sistemica, promessa di quel salto di paradigma nella complessità che la fisica e la biologia hanno fatto a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e
poi portato avanti, abbia se non fallito completamente perso di mordente e di spinta auto-innovativa. Dunque ringrazio lo psicanalista per obbligare il sistemico a riflettere su sé stesso per la
“rivoluzione mancata”, come la chiamerebbe Thomas Kuhn.
Non manca nel testo il riferimento alle promesse altrettanto rivoluzionarie ma incompiute delle neuroscienze,
all’ambiguità introdotta dal termine neuro-divergenza, alla tentazione di un ritorno all’illusione organicista dove si spera di sostituire il sasso di Bosch con i segreti svelati del DNA. Egli
sottolinea il preoccupante fenomeno dell’iperdiagnosi anche in età evolutiva in particolare di ADHD, DSA, e disturbi dello spettro autistico.
Non c’è dubbio che la parcellizzazione diagnostica sia dovuta alla parcellizzazione di spiegazioni specifiche, a
scapito della ricerca di una cornice epistemologica più ampia in cui collocare e connettere in modo complesso ma coerente tutti gli elementi in gioco: individuale (anche organico), familiare e
istituzionale e di politica della salute collettiva. È su questo tema che trovo l’analisi di Ventura attenta, mai ideologica o corporativa, onesta nel rifuggire da facili alibi, ma che non lascia
scampo alla necessità di ciascuno di interrogarsi per la propria parte:
“Semplificando: se responsabile
della sofferenza del paziente è la famiglia noi operatori possiamo ritenerci giustificati se non siamo in grado di alleviare le sue sofferenze? … E’ quello che chiamo il ping pong delle
responsabilità. Anche ammettendo che ci sia del vero nella chiamata in causa della famiglia nella genesi del disturbo mentale di un suo membro, questo non deve indurre a una sorta di gioco del cerino
ma deve… affrontare le inevitabili problematiche che li investono a vari livelli...
Spesso affermo, in chiave paradossale, che qualcuno deve pur assumersi la “colpa” del malessere del
paziente: siano i servizi psichiatrici inadeguati (e troppo spesso lo sono) o una famiglia troppo disturbata (abbiamo detto che molto spesso lo è). In realtà è indispensabile una operazione di
chiarezza e verità: il disturbo del paziente mette in evidenza le contraddizioni e le insufficienze nostre (di familiari) e dei servizi: cercare il colpevole è solo un modo di allontanare la
responsabilità della “cura” intesa come prenderci cura di una persona che, seppure in modo talora distorto e aggressivo,
chiede di essere ascoltato e, se possibile, compreso nei suoi bisogni profondi e inespressi per difficoltà intrinseca al disturbo. È anche una delle tante aporie di cui è portatore il
DM.”
Trovo le domande con cui Ventura incalza il Lettore, soprattutto se operatore, di pressante attualità: “Classica è
l’affermazione: se lui/lei rifiuta le cure non possiamo farci niente. Ma cosa è stato fatto per costruire un’alleanza con il paziente? Oppure l’altra: cosa possiamo fare se ormai è un paziente
cronico? Ma la cronicizzazione è un esito della patologia o di interventi tardivi, non adeguati, insufficienti?” Egli non evita nemmeno di analizzare e mettere in discussione lo
strisciante paternalismo con cui, nell’intento di proteggere il fragile, si emanano leggi di tutela che alla fine rischiano di privare ulteriormente la Persona del rispetto e dei diritti
fondamentali.
La sua lucida analisi porta inevitabilmente ad affrontare il problema emergente della crisi della psichiatria come
disciplina. E la sua storia professionale gli permette di farlo con cognizione di causa e con uno sguardo aggiornato che nulla concede né alla nostalgia (Ventura non nasconde la sua età), né ad
un’infantile illusione futuristica. Crisi che riguarda senz’altro anche la psicologia sempre più in affanno rispetto al ritorno alla filosofia come maestra di vita e ad ogni forma di pratica
esoterica.
Pertinente e calzante è il riferimento di Ventura al filosofo vivente Byung-chul Han che ha coniato il concetto di
psicopolitica:
“Nel suo breve saggio è reso esplicito il rischio che con i big data tutto diventa immediatamente visibile
(attraverso la statistica, N.d.R.) e <<le anomalie non sono più possibili. Dalla trasparenza deriva una coercizione alla conformità che elimina l’Altro, l’Estraneo, il Deviante>>. In un
altro passaggio scrive: <<La psicopolitica neoliberale è la tecnica di dominio che, per mezzo della programmazione e del controllo psicologico, stabilizza e perpetua il sistema dominante.
L’arte di vivere come prassi della libertà deve assumere, perciò, la forma di una de-psicologizzazione>>.
Tuttavia mentre condivido l’analisi del filosofo citato non altrettanto l’ipotesi di soluzione. Necessitiamo non
tanto di una de-psicologizzazione, ma di una de-medicalizzazione che sempre più punta ad invadere ogni spazio esistenziale, a disconnettere la mente dal corpo secondo un paradigma
materialistico e meccanicistico della visione di homo. Ritengo che la psicologia, pur avvalendosi del metodo scientifico (quello del dubbio e della verifica) debba riappropriarsi della sua
specificità: la ricerca del significato del comportamento e non accontentarsi del mero addestramento alla norma, fuggendo da ciò che appare in-sensato, a cui l’approccio
comportamentista si è piegato riducendosi a stampella non solo della psichiatria ma di ogni disciplina utile appunto alla psico-politica.
Giunti a questo punto il lettore si chiederà:” Ma questo abisso ha un fondo? O non ci resta che piangere?”. Ventura
prospetta e propone passi concreti da intraprendere e conclude la sua esplorazione sul bordo dell’orizzonte con una frase di Albert Einstein, mente visionaria ma sempre ancorata alla necessità del
limite etico nella scienza:
“Ma le crisi possono essere salutari se permettono una riorganizzazione e una crescita:<< Senza crisi non ci
sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia>>”.
Dal momento che da sempre la fisica ci ha regalato frutti importanti nel difficile percorso della conoscenza, fino
all’ipotesi di poter trasformare i buchi neri in “buchi bianchi”, concludo con le parole del fisico Guido Tonelli, profondo indagatore dell’universo di grande spessore etico:
<<La fisica del XX secolo archivia definitivamente ogni tentazione di realismo grossolano e di meccanicismo
materialistico… Il metodo scientifico non è in discussione… Il metodo che ha dato risultati così eclatanti non si applica all’intero reale…E la nostra vita, per non parlare della comunità complessa
degli umani, è caratterizzata proprio da questo tipo di fenomeni [complessi N.d.R]…una comunità umana di individui pensanti, liberi e
interagenti fra loro non può essere trattato come un sistema fisico… L’illusione di capire il funzionamento del cervello umano usando gli stessi strumenti che ci hanno permesso di capire il
funzionamento di altri nostri organi è tramontata da tempo.>>
Speriamo che psichiatri e psicologi se ne accorgano!
Miriam Gandolfi
Psicologa psicoterapeuta sistemico-connessionista. Responsabile scientifico di Officina del Pensiero Bolzano
Trento